Lampedusa e Mineo

Vabbé i viaggi sono stati tanti: Budapest, Coimbra, Lampedusa, Mineo… e per scrivere di tutti questi posti ci vuole tanto. Però non posso non raccontare qualcosa dell’isola e del CARA, è proprio necessario scriverne qualcosa.Intanto: perché ci sono andato.

Ci sono andato con una collega per fare interviste, foto e produrre materiali per lavoro. Aggiungiamoci pure che ci serviva vivere quello che sta succedendo. Perché non si può lavorare per i campi che costruiamo negli altri continenti e poi non andare a vedere le facce che sono nel nostro cortile.

Lampedusa… Lampedusa è un’isola bella, piccola e piena di problemi. Di abusi edilizi, di desalinatori costruiti e mai messi in funzione perché poi bisogna dare pure i soldi a quelli che portano l’acqua con le navi. Di gente un po’ qualunquista e campalinista, ma che alla fine è buona e si commuove facile quando vede questi poveracci che arrivano… insomma è italia in tutte le sue sfumature. Eppure il paesaggio è africano, l’aria è completamente diversa, pure se si respira odore di caponata e panelle. Niente latte di cocco ma granatina al limone e brioche per combattere il caldo.

E poi ci sono gli sbarchi. Anzi, gli Sbarchi. Quelli famosi, quelli che vanno in televisione. Oggi il tiggì dice che altre 200 persone sono morte in mare. Nel mare più controllato del mondo, nel gioco della palla avvelenata tra l’Italia, la Libia e Malta. Duecento persone che c’hanno provato a salvarsi e che invece sono morti affogati. E non so se è meglio la morte in mare al linciaggio o alle bombe.

Quei duecento che sono morti oggi non li ho visti. Ma 1200 persone in attesa nel centro d’accoglienza sì. Tante persone che sono state fortunate ad aver raggiunto uno scoglio di roccia che fa parte di un eden chiamato Europa.

Le storie sono state tante, discordanti, emozionanti, troppo dure da essere raccontate. Però su tutte aleggiava un’aria di speranza, la sensazione che in qualche modo ci si era salvati. Arrivati in Europa le cose non possono che migliorare, no? Loro non conoscono la politica italiana, il menefreghismo, la noia, l’anestesia generale in cui viviamo tutti.

Molti sorridono nel centro di accoglienza, un gruppo di nigeriani canta addirittura. Molte persone si sono avvicinate perché avevo la pettorina blu, quella la riconoscono quasi tutti (la maggior parte degli italiani non sanno nemmeno pronunciare UNHCR) alcuni per chiedere informazioni o per mostrare una ferita e chiedere dove possono vedere un medico, altri ancora solo per scattare una foto e fare in modo che qualcuno possa avere memoria di quel giorno così memorabile. Il giorno in cui ci si è salvati.

E intanto la metà di loro sarà rispedita indietro. L’altra metà dovrà aspettare mesi, forse anni per un pezzo di carta che certifica che sì, sono vittime e che hanno diritto ad essere protetti. E poi? Poi niente. Nessun corso di italiano, nessuna protezione vera, nessun lavoro. La strada. Strada europea certo, ma sempre una strada.

Ma forse non è sempre così. Forse quella donna che mi parla con la faccia gonfia e una figlia di sette anni persa 36 ore prima sotto una bomba, morta un attimo prima di imbarcarsi per l’Italia, forse lei ce la farà, magari riuscirà a integrarsi a stare bene, a costruire qualcosa.

Ho la fortuna di vedere il passaggio successivo. Vado a Mineo. CARA di Mineo, Sicilia vera. Doveva essere un villaggio per famiglie americane. Moglie di soldati di stanza in Italia. Chiuse in un piccolo pezzo di USA dove possono avere la loro villetta e il parco di rugby dove far smaltire gli hamburger ai figli prima di spedirli al college.

Quando gli americani se ne sono andati hanno anche tagliato i fili del telefono. Alla fine ce l’avevano messi loro. Hanno lasciato i muri e i giardini, quelli sono tosti da portare via. E noi non abbiamo aggiunto uno spillo. Centinaia di villette fantasma, completamente vuote.

Nove chilometri quadrati di delirio. Un agglomerato di muri e giardinetti, attraversati da stradine che si chiamano liberty lane e main square.

Molti rifugiati non sanno nemmeno che lingua si parla in Italia. Non hanno idea di dove sono. Non capiscono perché sono in questo posto, cosa devono fare. Aspettano. Ci sono le fermate degli autobus a Mineo. Ma non passa nessun autobus.

A Mineo vige la selezione naturale. Aspettare. Aspettare per mesi. Senza nessuna notizia, niente da leggere, niente da studiare, niente da vedere, niente da fare. I bengalesi hanno aperto un chiosco, loro sono già a metà strada verso l’integrazione a piazza Vittorio. Poi c’è chi si mette a fare il volontario per la Croce Rossa. Afghani e pakistani che cucinano nelle mense, eritrei che puliscono le strade. Una donna tunisina si occupa dei bambini che vivono nel campo in un asilo nido improvvisato. Altri ancora aprono moschee improvvisate o inaugurano squadre di pallone.

Questo quelli che sopravvivono. Gli altri si siedono. All’inizio per aspettare un cambiamento. Poi una notizia qualsiasi. Poi niente. Stanno seduti e basta. Camminando per Mineo sono passato davanti ad un marciapiede a distanza di ore. Il ragazzo che era seduto lì non si è mai mosso. Dalla mattina alla sera. Seduto a guardare a terra. E basta. Non penso sia nemmeno andato alla mensa a mangiare all’ora del pranzo.

Magari a Lampedusa quel ragazzo sarà stato stanco e sfiancato dal viaggio, però me lo immagino pensare “da qui migliora”. Poi si è arenato su liberty lane e non si alzerà nemmeno quando gli diranno che è un rifugiato e che l’Italia lo accetta.

Cercherà un’altra liberty lane a Roma e niente più.

Non è edificante quello che ho scritto. Forse c’erano molte cose belle. Ma penso che avrei dovuto scriverle all’inizio. Adesso non riesco a ricordarle.

Io non sopravviverei a Mineo. Io mi siederei a guardare nel vuoto probabilmente. Non penso di avere la tempra per farcela in un posto come quello. Anche se mi racconto di essere una persona attiva e piena di interessi. Quando non hai nessuno stimolo, finisce che ti siedi e aspetti. E un po’, seduto a Mineo, ci sono rimasto.

Per fortuna un autobus passa sotto casa mia.

E dopo quasi tre settimane da quando sono tornato, riesco a scrivere queste quattro righe.

E che fatica ricordare.

V.

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