il modo migliore per portarti da me è non accompagnarti

Ho guardato la registrazione dello spettacolo teatrale di hedwig and the angry inch (lo trovate qui, vedetelo, è molto bello; se invece volete vedere il film qui trovate il DVD) e mi sono stupito nel sentire il pubblico ridere.
Hedwig parla della sua vita, della sua paura, dei suoi limiti, dei suoi sogni. 
E tutti ridono. 
Gli spettatori capiscono quello che dice, ma non ascoltano davvero. Dire “ho ripensato alle persone che mi hanno toccato nella mia vita fino ad oggi” li ha fatti ridere. Eppure non era una battuta, parlava dei genitori, della musica, dei misteri che incontriamo, di quello che non sappiamo. E tutti ridono.
E mi ha dato fastidio. E ho pensato: ridono perché ha la parrucca bionda e troppo trucco e due stivali rossi con le frange e i tacchi. 
E poi tutti sono stati zitti e hanno smesso di sganasciarsi. Perché hanno capito. E questo passaggio ha trasformato tutto. 
Quelle risate sono diventate il contrappunto della comprensione, quel dolore agli zigomi e al diaframma per il troppo ‘ahahah!’ il segno di quanto siamo superficiali e stupidi. Sentire il proprio corpo che si diverte mentre guardiamo qualcuno che soffre, paralizza. Siamo davvero noi a trovare godimento nel dolore di un altro?
E poi ancora Hedwig cambia l’atmosfera: distrae con qualche battuta, con qualche mossetta. Riporta la platea indietro, la distrae, la inganna. E quando torna l’ilarità generale, Hedwig dice qualcosa di doloroso, di vero, di terribile. E mentre arriva quella stilettata di dolore e non si riesce a smettere di sghignazzare e non si sa più cosa si prova, tutto diventa più rilevante. E quella che era una serata a teatro diventa un momento in cui si pensa davvero.
E il punto è proprio questo.
V.

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