Preludi a Guerra in Purgatorio: Emily

L’avevo promesso qualche giorno fa, mantengo la parola solo oggi. 
Pubblico qui il primo racconto che ho scritto per i Preludi a Guerra in Purgatorio. 
La versione completa (5 racconti) la potete scaricare qui se usate kindle, qui se usate kobo o qui se preferite un pdf.
come sia sia, sono gratuiti da tutte le parti. 
e comunque verranno tutti pubblicati anche sul blog!

e adesso me ne torno a scrivere il secondo di Nephilim!



Emily


«Cosa c’è di più triste di un sogno che realizzandosi diventa una realtà senza emozioni?». Mi osservano distratti. Quello sorseggia un martini dry e guarda le tette della tipa con cui è venuto. Lei controlla annoiata l’orologio pensando a che perdita di tempo sia stata uscire con quell’impiegatuccio di banca con le manie di grandezza. «Quando ho deciso di abbracciare il sogno, quando ho deciso di fare tutto quello che era in mio potere per diventare una cantante, mi sono domandata cosa sarebbe successo se questo grande progetto si fosse poi trasformato in qualcosa di noioso. Se questo mare in tempesta si fosse ridotto ad essere un bicchiere d’acqua agitato in mano. Cosa avrei potuto fare se tutto fosse diventato una delusione?». Qualche faccia in più si alza a guardarmi. Forse più per la scollatura che per quello che dico. Va bene. Se mostrare un po’ di pelle può farvi alzare gli occhi dal vostro tavolo per qualche minuto lo farò. Sono qui per rompere i vostri gusci e tirar fuori il mollusco che cerca la libertà dentro di voi. Uscirete da qui un pochino diversi e un pochino migliori. Forse più tristi, forse più felici. Di sicuro non uscirete da qui senza pensare che sia successo qualcosa di importante. Lo farò con la musica, con le parole, e sono disposta a usare, anche solo per un attimo, l’inganno di un corpo avvenente. Alla fine di questa serata non sarà il centimetro di pelle che ricorderete. «Poi ho capito che avrei dovuto fare tutto da sola. Ma proprio tutto. Perché se avessi lasciato andare anche solo per un attimo, quel sogno mi sarebbe sfuggito di mano e non sarei più stata in grado di riconoscerlo.  Il sogno è il mio e solo io avrei potuto mandarlo in una direzione e non in un’altra. E proprio in quel momento, proprio quel pomeriggio che mi ero presa per riflettere sul futuro, ho fatto una scelta e ho deciso che la meta finale sarebbe stata la grandezza e lo splendore. Non avrei accettato niente di meno».

«Sei in un cazzo di locale downtown! Il tuo sogno è già andato a farsi fottere baby!».
Grazie bel maleducato.
«Dal silenzio che c’era le possibilità erano due: o avevo catturato l’attenzione di tutti o eravate morti. Direi che siete proprio vivi lì sotto!», adesso ti faccio vedere io. «Vedi caro ragazzo,» scendo dal piccolo palco sul fondo del locale e cammino tra i tavoli. Lascio il microfono sul palco, tanto la voce la faccio arrivare dove voglio. Ogni tavolino un abat-jour. Molte persone sole. Tanti che fumano. Prendo una sigaretta dalle labbra di una ragazza, un drink dalle mani dell’amica seduta accanto. Sarà un locale da poco, ma diavolo se sanno fare i cocktail qui. Lascio il bicchiere sul tavolino e sorrido alla ragazza. Tiro una boccata di sigaretta e mi rivolgo di nuovo al maleducato. «Il punto del sognare non è tanto dove lo fai ma,» lo raggiungo strizzandomi negli stretti passaggi creati da sedie e tavolini troppo vicini, appoggio una mano sulla sua spalla e gli avvicino la bocca alle orecchie. Fingo di sussurrare facendo ben attenzione a che tutti mi possano sentire con chiarezza, «come lo fai».
Qualche risatina in sala. Iniziano a darmi retta. Quasi quasi mi scoraggiavo.
«Se permetti vorrei allora dirti qualcosa sui sogni, su quello che si realizza in una vita e sull’unica cosa che conta alla fine».
Gli afferro la mano, lui ride ebete, da un insulto pensa di aver ottenuto un rimorchio. Mi studia nel vestito attillato. Segue i capelli che si rovesciano sulla scollatura e scivolano fino ai fianchi. Mi servi perché se porto te dalla mia, allora mi seguiranno tutti. Come dice la sorellona: “individua chi ti vuole più male e rendilo un alleato. Non dovrai più temere nessuno”.
Arrivo al palco, mi siedo sullo sgabello e gli parlo mentre continuo a tenergli la mano sudata. «C’è una canzone che comincia come un discorso lasciato a metà. E fa più o meno così:
and now, the end is near,
and so I got to face the final curtain, curtain».
Qualche applauso sparuto. Ora sono tante le teste che mi osservano. Credo che si sia svegliato persino il ragazzo delle luci. Lo spot è finalmente centrato su di me. Diamogli ancora qualcosa su cui focalizzare l’attenzione.
«My friends, I’ll say it clear,
I’ll state my case,
of which I’m certain.
Perché vedete, il punto non è dove si arriva. Se sul palco di un piccolo locale downtown dove un ragazzo che ha alzato un po’ troppo il gomito si sente in diritto di insultarti,» abbassa lo sguardo lo scemo. Dai che dopo ti faccio una sorpresa, «o al Super Bowl. L’importante è aver portato il proprio sogno dove si vuole. E averlo fatto come nessun’altro avrebbe potuto.
I’ve lived a life that’s full.
I’ve traveled each and ev’ry highway,
and more, much more than this,
I did it my way.
Perché alla fine dei conti è tutto qui. Quando si traccia la riga e si tirano le somme. Quando l’ultimo sipario è calato, l’unica cosa che rimane è ciò che abbiamo fatto e ciò che siamo stati. E se abbiamo seguito la nostra strada, più di tanto non possiamo aver sbagliato». Mi inclino verso il ragazzo. Adesso sono davvero in pochi a non seguire quello che succede sul palco. Sussurro delle parole nelle orecchie del tipo. Lo convinco usando la Voce che è in grado di suonare il pianoforte a muro che è dietro di lui. Hai visto? Eri il mio più grande nemico e adesso se il mio più grande alleato.
Si alza un po’ stordito e stupito, anche lui non sa perché o come, ma sa di potermi accompagnare con la musica. Si siede e senza guardarsi intorno muove le dita sui tasti. All’inizio un po’ incerto. Poi prende sicurezza e dopo un paio di giri riprendo a cantare.
«Regrets, I’ve had a few;
But then again, too few to mention.
I did what I had to do
And saw it through without exemption
».
Prima ancora di cantare la strofa successiva so di avere tutti concentrati su di me.
«Non importa dove, non importa con chi, non importa quando. L’importante è realizzare il sogno nell’unico modo in cui non potrà farlo nessun altro. E poter cantare alla fine: sì, l’ho fatto a modo mio. E il resto non conterà più di tanto».

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