Preludi a Guerra in Purgatorio: Blake

Penultimo racconto per Nephilim.
Il prossimo giovedì parto per Novegro (MI), per la fiera dei comics. Se vi capita di passare mi troverete con uno stand, i fumetti di Nicola Tini e i libri fantasy di Stefano Mancini!
Buona lettura intanto!

Blake

«Ciao mamma».
L’infermiere ha detto che oggi non è un buon giorno. Lei si volta a guardarmi. Ha gli occhi sporchi e incrostati. Le palpebre abbassate. Torna a guardare il paesaggio oltre la finestra e sembra non accorgersi più che sono qui.
«Ti trovo bene stamattina. Hai fatto colazione?», non l’hanno lavata bene. La soluzione glucosata è quasi finita. Andrò a parlare con la capo reparto. Questo nuovo ragazzo non va bene. Le do un bacio sulla testa.
La stanza però è pulita. Un po’ troppo calda. Meglio toglierle la coperta.
La afferra e la tira a sé. Mi osserva con aria di rimprovero.
«Vuoi tenerla? Ma è molto caldo», continua a stringerla. Lascio la presa e le accarezzo la mano. «Va bene mamma, tieni la coperta».
Mi siedo accanto alla sua poltrona. Fuori gli alberi sono scossi da un vento forte. L’estate sta finendo e la malattia avanza in fretta. È meno di un anno che vive qui. Non penso ricordi più casa o la vita di pochi mesi fa. Quando è entrata era autunno e aveva dei momenti in cui era lontana, persa. Adesso ha dei momenti in cui ho l’impressione che mi riconosca. Non mi racconta più dei libri che legge, non mi chiede più come sto, come va la clinica. Lascio che il rumore dell’orologio alla parete mi tranquillizzi e scandisca un po’ di questo tempo. Il suo odore è sempre lo stesso. Avrei voluto che le lasciassero i capelli lunghi, purtroppo non è facile quando non possono più prendersi cura di sé da soli. Mi chiedo quanto tempo ci vorrà prima che mi dicano che è tempo di trasferirla al piano di sopra. Dove sono i terminali, quelli che non possono più stare soli.
«Volevo parlarti di una persona», non sembra ascoltarmi ma va bene lo stesso. «È un ragazzo che ho conosciuto qualche mese fa. Un infermiere. È venuto nella mia clinica per un tirocinio. Una bella persona. Molto bravo. I pazienti di cui si è preso cura sono migliorati tanto. Ha un modo di parlare con loro che li tocca in un qualche modo speciale. Ricordi quel barbone sempre ubriaco di cui ti parlavo tempo fa? Quello che non avevamo mai convinto a farsi una doccia e un trattamento antiparassitario? Beh Jonathan c’è riuscito dopo aver passato con lui qualche ora a parlare. Certo questa storia non sembra più così bella ora che la racconto. Ma ti giuro che quando Jonathan è venuto a chiederci un accappatoio e del sapone ha lasciato tutto lo staff senza fiato. Un piccolo miracolo».
Mi avresti sorriso con malizia e avresti detto: non mi racconti tutto ragazzo. Sputa il rospo, avanti.
«Hai ragione mamma, non ti sto raccontando tutto. Come primario non avrei dovuto spostare il nostro rapporto su un piano personale, ma lui è così… speciale. Non so come spiegartelo. I suoi occhi, i suoi modi. È come se venisse da un altro mondo. Un mondo più bello. Gli ho chiesto di uscire. E so cosa stai per dire, è stata una mossa rischiosa. Ma il suo tirocinio era quasi finito e insomma ho deciso di rischiare. Comunque mi ha detto di no. E non mi ha quasi più parlato per il resto del suo tempo in clinica. Ma l’hai già capito. La storia non è finita qui. L’ultimo giorno di tirocinio mi ha lasciato un biglietto con segnato un numero di cellulare, dicendomi che adesso sì, potevamo uscire insieme. Un bel tipo eh? Uno che sa il fatto suo comunque. Siamo usciti ed è stato molto bello. Lui è molto più giovane di me, ma abbiamo parlato di tutto e mi sono sentito bene. Al secondo appuntamento c’è stato un bacio. E al terzo anche. Ma non siamo andati oltre questo. Ha iniziato a lavorare in una casa di riposo per anziani. Non è molto lontano dalla clinica. Ora è fuori per una vacanza. Non lo sento da un po’ di giorni e mi manca. È strano. Una persona può entrarti nel cuore in un attimo. E lo scopri solo quando ti giri a guardare da un’altra parte. Quella parte che ha trovato uno spazio dentro di te reclama di essere accompagnata e allora ti accorgi di lei. E ti domandi quando è arrivata. Ma dopotutto non puoi fare niente se non accettarla e accarezzarla».
Mi appoggio alla sua spalla e inspiro il suo odore.
«Mamma? Penso di essermi innamorato».
Alza il braccio e indica qualcosa fuori della finestra. Osservo la sua mano ferma, i suoi occhi limpidi. Mi afferra il mento e mi volta la testa. Non vuole che guardi lei, vuole che guardi fuori. Indica verso il cielo.
Una nuvola. C’è solo una nuvola. Bianca e tonda su un cielo luminoso di vento di fine estate.
Abbassa la mano, si gira verso di me e sorride. Il frinire delle cicale sale di volume o forse mi accorgo solo ora di loro. La abbraccio e la stringo a me.
«Sì mamma, quella nuvola è molto bella».

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