La storia della foresta innevata

la settimana scorsa sono finiti i preludi a Guerra in Purgatorio. ho finito la prima stesura del secondo volume della saga dei Nephilim e mi sto godendo un paio di giorni di pausa. quindi per questo giovedì c’è un racconto fantasy che ho scritto nel 2012, parla di una foresta innevata e di una popolazione umana antica e che viene ormai ricordata solo nelle leggende. ogni tanto penso che dovrei espandere la storia e scrivere qualcosa in più, per ora rimane un racconto che mi piace :)buona lettura!

 

La storia della foresta innevata

C’era una volta una foresta innevata. La foresta era tanto grande che non se ne conosceva la fine. Solo l’inizio lo conoscevano tutti, perché la foresta iniziava sotto un’enorme parete di roccia, tanto alta da raggiungere il cielo e da tenere quasi sempre il sole coperto, tanto larga che nessuno l’aveva mai aggirata per vedere cosa c’era dietro. L’inverno su quella foresta durava dieci mesi l’anno, per soli due mesi la coltre bianca lasciava lo spazio all’erba e ai fiori. Gli unici due mesi in cui il sole era così alto nel cielo da riuscire a superare il muro di roccia. Tutti gli insetti, gli animali e le persone usavano quei due mesi per vivere il più possibile, amarsi e fare la guerra. Poi, con la prima bufera, tutto ghiacciava di nuovo, e ogni creatura tornava nella propria tana, a stringere i denti e a sperare di superare il nuovo inverno.

La tana degli uomini, in quella foresta innevata, era un paese senza nome e con una sola strada che lo attraversava nel mezzo. Quel paese era tutto stretto sotto l’altissima parete di roccia che lo proteggeva e che lo circondava per tre lati. Le storie di quel tempo raccontavano che tanti anni prima gli uomini vivevano in una grotta scavata dentro la parete di roccia, con la foresta innevata che quasi li inseguiva. In quel tempo lontano gli uomini erano pochi e soli, non avevano cani o mucche o pecore con sé. Solo la paura dei lupi e dei mostri della foresta. Ma il freddo teneva tutti buoni e nessuna bestia aveva abbastanza energia da attaccare quel gruppo sparuto di bipedi. Almeno non più di quattro o cinque volte l’anno.

Con gli anni la tana degli uomini divenne stretta perché potessero continuare a vivere al suo interno. Erano lentamente aumentati di numero e addentrarsi più in profondità tra le rocce della grotta era pericoloso. Anche più di quanto non lo fosse avventurarsi tra gli alberi della foresta. Uno strano sibilo freddo arrivava da quelle profondità e gli anziani raccontavano di orribili creature ricoperte di tentacoli che abitavano le zone più buie della terra.

Così gli uomini decisero che era tempo di colonizzare l’esterno e iniziarono ad abbattere gli alberi e a costruire le prime case in cui cercare riparo. Negli anni nacque una strada e a proteggere il neonato paese fu eretta un’alta palizzata di tronchi di legno appuntiti. Un piccolo portone di legno, con i rinforzi di ferro scuro era l’unico accesso al villaggio. Per ultima fu costruita una torre di guardia da cui i giovani con la vista più aguzza potevano controllare che non arrivassero mostri e bestie feroci dalla foresta ad attaccare il villaggio e dare l’allarme se avessero avvistato qualcosa. All’interno delle mura di legno e sotto la protezione dell’enorme parete di roccia gli esseri umani crebbero di numero e di leggende e non passarono molti anni prima che iniziarono a cacciare per la foresta, a tenere animali da compagnia e a coltivare dei pezzi di terra quando il ghiaccio si scioglieva.

Solo il freddo pungente e malevolo della grotta da cui erano usciti ricordava ai più saggi di quanto la loro tranquillità fosse precaria. Fra tutte le famiglie che vivevano nel villaggio ve n’era una tenuta in grande considerazione. Si raccontava che il capostipite di questa famiglia fosse colui che aveva portato fuori dalla grotta gli esseri umani, quello che aveva abbattuto il primo albero. Per questo motivo, fra tutti i saggi del consiglio, l’anziano di questa famiglia era sempre tenuto in più alta considerazione. A lui spettava l’onore di sedere sullo scranno all’ingresso della grotta. Una posizione di grande prestigio.

L’ultimo capofamiglia era stato il cacciatore più forte e veloce della sua generazione e aveva avuto dalla moglie due figli gemelli, famosi per essere uno forte e l’altro veloce come lo era stato un tempo il padre. A quel tempo i  gemelli erano un fatto raro e i due fratelli erano stati considerati un segno di grande importanza per il villaggio. I portatori di un grande cambiamento. Quando divennero abbastanza grandi da poter diventare uomini a tutti gli effetti, gli furono portate tutte le ragazze del villaggio così che ne potessero scegliere due in sposa.

Tutte le decisioni importanti erano prese all’ingresso della grotta che un tempo era la tana degli esseri umani. Un grande fuoco veniva accesso nello slargo di fronte alla voragine scura e su un’imponente sedia di legno intarsiato di foglie d’oro e d’argento, il saggio del villaggio sedeva e ascoltava quello che gli altri uomini avevano da dire sulle questioni in discussione. Poi diceva la sua e tutti si attenevano alla sua idea. Era sempre andata così. I figli gemelli del saggio sarebbero stati i primi a presiedere sul trono insieme e le loro mogli avrebbero avuto l’importante compito di portare avanti il sangue di famiglia.

Entrambi scelsero però la stessa ragazza.

Aveva i capelli neri e la pelle scura come il legno temprato sulle fiamme. Gli occhi erano chiari, del colore del miele, e le labbra rosa e carnose come il cuore di un capriolo appena sgozzato.
“È lei la donna che diventerà mia moglie!” disse il fratello più veloce. “È lei la donna che sarà mia!” ribatté con violenza il fratello più forte. “Io non voglio essere di nessuno dei due” rispose la ragazza. Ma nessuno la sentì perché i due fratelli stavano urlando l’uno contro l’altro. Il resto degli abitanti del villaggio non osarono dire nulla. Nessuno aveva mai sfidato la volontà dei due gemelli, che avevano sempre avuto tutto quello che volevano.   

Poi il vecchio saggio, padre dei due si alzò. Una folata di vento gelido venne dalla caverna e qualcuno nei giorni successivi giurò di aver sentito uno strano brontolio liquido provenire dal profondo delle rocce. “Lei sarà la sposa di entrambi. I figli che genererà avranno due padri e così rimarrà una sola discendenza per questa famiglia.”

I due fratelli si guardarono e si strinsero la mano. Avevano condiviso sempre tutto, avrebbero condiviso anche lei. A tutti gli abitanti del villaggio sembrò una scelta saggia, per quanto inusuale. La ragazza pensò di dire qualcosa, ma non ne ebbe il coraggio. Come da tradizione fu presa dalle sorelle e dalle zie del promesso sposo, in questo caso dei promessi sposi, e venne preparata per il fidanzamento. Le intrecciarono i capelli con della stoffa rossa e le colorarono le punte di ogni treccia di vermiglio. Le disegnarono sulle mani e sui piedi i segni consueti per tale occasione e la lavarono in ogni parte del corpo. Le misero una lunga veste di seta bianca e le legarono in vita una leggera catenina d’oro. Quando fu pronta venne portata nella piazza davanti la grotta dove tutto il villaggio si era radunato per assistere al fidanzamento.

I due gemelli erano stati vestiti sontuosamente, come si confaceva a due ragazzi del loro rango e importanza. Avevano stivali di pelle di camoscio e pantaloni di stoffa stretti sulle cosce con sottili fili di seta e argento. Il petto era scoperto e dipinto con grande perizia. I capelli erano stati legati in cima alla testa e fermati con uno spillone d’argento. Al fianco uno dei fratelli stringeva un grosso martello da guerra, l’altro un lungo arco d’ebano nero. Lei fu messa in mezzo ai futuri mariti che la afferrarono per la catena d’oro. Lei recitò il giuramento di fedeltà e devozione ai due fratelli che le avevano insegnato. Loro le strapparono la catena d’oro dalla vita e se ne misero una metà per uno in tasca. Era fatta. Erano fidanzati.

Il padre dei gemelli si alzò e avvolto dal vento freddo della grotta proferì queste parole di ammonimento: “Ora questi tre giovani sono uniti da un vincolo indissolubile. Ma forze oscure si stanno muovendo nella foresta. Forze che cercheranno di portare via questa ragazza dalle mani dei miei figli. Fino a quando essa non concepirà il mio primo nipote nessuno potrà uscire dal villaggio, né verrà mai aperta la porta nelle mura di legno.”

La ragazza ebbe un brivido quando sentì le mani dei due fratelli stringerle le braccia. Nessuno del villaggio se ne accorse, già erano iniziati i preparativi per il lungo esilio all’interno del villaggio. E il tempo di reclusione per tutti sarebbe dipeso dalla fertilità della ragazza. E la ragazza non voleva portare in grembo il figlio dei due fratelli che le stringevano le braccia fino a farle male.
La tradizione di quel tempo voleva che i promessi sposi passassero la prima notte separati, per preparare il corpo e la mente all’unione che sarebbe seguita la seconda notte. Così la ragazza rimase sola in una casa adornata di candele profumate, arazzi colorati e mobili lussuosi intagliati in legni pregiati e dalle venature levigate. I suoi pensieri erano però in fermento. Andarono a una storia che aveva sentito narrare tante volte.

Si raccontava di una strega malvagia che viveva nel bosco. Molti anni prima quella strega era stata una figlia del villaggio che, disobbedendo alle leggi e contro il volere di tutti, si era avventurata nel profondo delle grotte per scoprire cosa si annidasse nel ventre della terra. Ne era uscita dopo alcuni giorni trasmutata nella mente e nel corpo. Deforme e malvagia, posseduta da spiriti maligni e con il cuore marcio,  era stata scacciata dal villaggio. Nessuno aveva voluto ucciderla perché tutti temevano che potesse maledirli.

La ragazza pensò che se quella strega possedeva davvero grandi poteri, allora avrebbe potuto aiutarla. Questo pensò la ragazza chiusa nella casa lussuosa. Così aspettò che la notte fosse profonda e che la luna fosse oscurata dalle nubi, poi scivolò fuori dalla porta di legno intarsiata e si incamminò furtiva e silenziosa per le strade deserte del villaggio fino a raggiungere le mura di legno. Dalla torre di guardia poteva vedere il soldato che controllava la foresta. Era impettito e attento, con l’armatura scintillante e la postura rigida. Non girava mai lo sguardo verso l’interno delle mura. Teneva lo sguardo ben vigile verso la pericolosa foresta. La ragazza aspettò. Poi una civetta stridette con forza e la guardia si girò di lato. Lesta la ragazza si arrampicò velocemente oltre la palizzata. Le si stracciarono le vesti e strapparono i capelli intrecciati, ma non se ne curò e si allontanò correndo nel folto della foresta.

La foresta era fredda e buia. L’inverno aveva congelato anche l’aria. La ragazza aveva l’impressione di muoversi nel ghiaccio. Un ghiaccio tanto rarefatto da sembrare aria, ma pur sempre ghiaccio, spigoloso e tagliente. Le guance le facevano male e se correva troppo velocemente sentiva l’aria perforarle la pelle. Le lacrime si congelavano tra le ciglia nere.

Intorno a lei sentiva i rumori di creature che si muovevano. Creature grandi, con zampe artigliate. Le unghie che stridevano sui sassi congelati mentre si avvicinavano a lei e che le facevano accapponare la pelle. La ragazza non osava girarsi indietro, cercava solo di non andare a sbattere contro qualche masso sommerso nella neve, o di finire in qualche fosso. Non sapeva dove abitava la strega, sperava di trovarla prima che le creature trovassero lei, prima che la potessero raggiungere. Poi il pensiero degli uomini del villaggio alla sua ricerca la fece decidere che era meglio farsi prendere dalle bestie che da loro. Non voleva tornare indietro. Non l’avrebbe fatto.

Qualcosa di duro le colpì una caviglia e la ragazza cadde a terra. Si girò e vide che era inciampata in un grosso masso scuro. Inorridì quando capì che non era un masso quella cosa su cui era inciampata, bensì la testa di un lupo. Morto congelato e rimasto riverso a terra, sommerso quasi completamente dalla neve. Aveva infilato un piede dentro la sua bocca e nella caduta uno dei denti si era strappato dalla mascella e conficcato nella pelle dello stivale. Lo sentiva che le premeva sulle ossa della caviglia. Urlò per la paura e per lo sconforto. Urlò tanto forte che alcuni cristalli ghiacciati sui rami degli alberi caddero giù, piantandosi nella neve e nel terreno scuro. Tutto diventò silenzioso e immobile. Poi il rumore degli artigli che stridevano sul ghiaccio e sulle rocce, che fino a quel momento aveva sperato di aver solo immaginato, diventò frenetico e sempre più vicino. Le sembrò di vedere un’ombra enorme e scura muoversi dietro alcuni alberi. Un’altra grigia dietro un tumulo. Una folata di vento e la sensazione di qualcosa di caldo e umido che le passava alle spalle. Una mano la afferrò per i capelli e la tirò via. Tutto divenne nero.

La ragazza si risvegliò in un letto, in una stanza calda illuminata da un grande fuoco nel mezzo. Le pareti erano ricoperte di pellicce, di piante e di fiori. Dei mobili di legno erano ordinati vicino alle pareti. Un gatto bianco, rosso e nero dormiva da un lato. Dalla finestra si vedeva la foresta ghiacciata. Da quel letto vicino al fuoco la foresta non faceva nemmeno tanta paura. C’era una sola porta chiusa. Una vecchia donna la stava osservando con aria sospetta da una sedia accanto al letto. “Che facevi nella foresta da sola? non sai che è piena di mostri?”. “Cercavo la strega della foresta. Ho bisogno del tuo aiuto.” La strega la osservò per un po’ poi si mise a ridere. “E così vuoi l’aiuto della strega eh? E perché vorresti il mio aiuto?”. “Perché non voglio essere la moglie dei gemelli, figli del vecchio saggio.” La strega si alzò e le osservò i capelli intrecciati di rosso. “Sai perché mi hanno cacciata dal villaggio?”. “Perché sei una strega malvagia. Perché hai stretto un patto con i mostri della grotta.” “Perché ho infranto le regole.” “Sei entrata nella grotta proibita. I mostri ti hanno preso e…”
Le parole morirono in bocca alla ragazza. E non seppe nemmeno lei perché. “La grotta è stata un mezzo che ho usato per liberarmi di tutti loro. Adesso mi temono e io sono libera. Con questi occhi grandi vedo il mondo. Con queste mani grandi cambio le cose e con questa bocca grande dico a tutti quello che penso”. “Ma ti odiano tutti.” “A me sta bene così. È questo che vuoi per te?”. “No.” La vecchia si alzò e le passò una tazza di minestra. “Allora dovremo pensare a qualcosa di diverso per te, non credi?”.

Nel villaggio la notizia della sparizione della ragazza mise in agitazione tutti. La promessa sposa dei gemelli era scomparsa, probabilmente rapita, e le tracce si perdevano nel fitto della foresta innevata. I due gemelli presero uno l’arco da caccia e una faretra piena di frecce, l’altro il grosso martello da guerra e una pesante armatura. Salutarono il padre e si avventurarono nella foresta.
“Devi imparare a ragionare più velocemente degli altri.” “Che vuoi dire?” la vecchia donna le stava impartendo una serie di insegnamenti che non riusciva a capire, “non puoi semplicemente darmi il tuo libro di magia?”. “Non è quello il punto. Ti darò il mio libro, ma quello che devi capire è altro.” “Ma io ho bisogno del potere, o gli uomini faranno di me quello che vorranno.” “Io avevo il potere eppure loro hanno fatto di me quello che volevano.” “Ma tu sei libera!” “sono libera perché loro hanno deciso che io non avevo il diritto di stare con loro. La mia libertà è una loro scelta, non la mia. Io ho solo fatto in modo che la prendessero.” “E allora cosa dovrei fare?” “ragionare più velocemente degli altri e capire come cambiare le cose a tuo favore.”

I due gemelli incontrarono molti mostri durante il loro viaggio. Erano addestrati a combattere e riportarono poche ferite mentre abbattevano le creature che li aggredivano con ferocia.
Poi videro la casa della strega della foresta e guardandosi l’un l’altro decisero di controllare se la loro promessa sposa non fosse stata rapita dalla strega stessa.


“Bene, adesso prendi il mio libro ma ricorda quello che ti ho detto.” “Grazie vecchina” la ringraziò la ragazza con un leggero inchino. “Adesso devi andare, i tuoi promessi sposi sono fuori dalla finestra e uno dei due mi ha puntato una freccia contro. Non ti girare, fai finta di nulla.” La ragazza era spaventata a morte, ma la vecchina le si avvicinò all’orecchio e le sussurrò delle ultime raccomandazioni.  “No vecchina! non possiamo farlo, non è giusto!” “ricordi cosa ti ho detto? Ragiona più velocemente degli altri e fai in modo che le cose vadano come vuoi tu.”

Dopo aver pronunciato questa frase una freccia scoccò dall’arco del fratello più veloce e colpì la vecchina in mezzo agli occhi, frantumandole il cranio e facendola cadere a terra, a rantolare gli ultimi respiri in una pozza di sangue denso. Il gemello forzuto sfondò la porta della casina con un colpo di martello e si avventò sulla ragazza, c’era il rischio che fosse stata contaminata dalla strega. Lei fece quello che la vecchietta le aveva raccomandato di fare. Ragionò più velocemente che poté e si gettò tra le braccia del ragazzo. “Grazie di avermi salvata! La strega mi aveva rapita con un incantesimo!”. “Adesso non devi più preoccuparti. Andrà tutto bene, ci siamo noi con te” rispose il gemello veloce che era passato dalla finestra e aveva stretto anche lui la ragazza. Lei abbracciò i suoi promessi sposi e nascose il libro nel profondo delle sue vesti.

Tornarono al villaggio di buona lena per evitare altri attacchi. Il sentiero di neve era rosso di sangue e dei corpi dei mostri. Le cortecce degli alberi erano schizzate e grondanti, le frecce e i colpi del martello erano ovunque. Quando arrivarono al villaggio i due ragazzi furono raccolti con grandi feste, venne indetto un banchetto in loro onore e tutti li onorarono. La ragazza il giorno dopo giacque con i due gemelli e concepì il loro discendente.

Nessuno vide i suoi occhi diversi, nessuno notò le sue mani enormi. Per molto tempo nessuno sospettò niente. Eppure la ragazza non era più la stessa. E le cose cambiarono. Il villaggio cambiò e dopo qualche anno niente fu come prima. La ragazza fece tesoro dei consigli della vecchia e fece in modo che le cose andassero come voleva lei. E il modo in cui voleva lei era molto diverso da quello che voleva il consiglio degli uomini saggi. Nemmeno lei fu del tutto libera, ma quando morì era certa che la libertà aveva ormai preso piede e che le cose non sarebbero mai tornate a come erano state un tempo.

Negli anni a venire nessuno si ricordò di lei o del suo villaggio. Nessun memoriale riporta il nome della ragazza. Ma il libro fu tramandato negli anni. E quel libro di grande magia fu trascritto tante e tante volte. Nemmeno un incantesimo se ne tirò mai fuori. Si disse che il suo potere magico fosse disperso per colpa delle trascrizioni e dei tanti occhi che ne scorsero le pagine. Per cercare di scoprire i segreti di quel libro si scrisse molto altro. Alcuni autori cercarono di scoprirne la fonte perduta di potere, altri decisero che la verità poteva essere cercata per altre vie, esplorando sentieri nuovi e mai battuti. Molto presto quel libro andò perduto e dopo pochi secoli nessuno ricordò più il suo contenuto. Alcuni storici dissero che quel libro conteneva le parole che avevano generato il mondo, altri che non era altro che il memoriale di una vecchia eremita pazza senza nome. Eppure tutti concordarono che quel libro, se mai esistito, cambiò il mondo. E se questo non è un potente incantesimo, allora davvero la magia non esiste.

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