L’empatia della cattiveria

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Succede una roba strana.

Succede che i miei concittadini, i miei vicini di casa, quelli che incontro al supermercato, quelli che incrocio per strada, quelli che vengono nelle fiere, non riescono a empatizzare con chi sta male. Magari alcuni di loro ci riescono, ma le statistiche dicono che la maggior parte degli italiani non hanno molta empatia per chi soffre o è in difficoltà.

Perché i migranti li vogliamo affondare, i campi nomadi li vogliamo ruspare, le donne che manifestano le vogliamo incatenare, gli omosessuali li vogliamo picchiare, i medici che vaccinano li vogliamo radiare e tutte le associazioni e le ONG che lavorano per aiutare queste persone le vogliamo incriminare.

E non è tanto per dire. È un processo piuttosto visibile e nemmeno tanto lento. Ogni giorno veniamo nutriti da articoli allarmistici, più o meno verificati, che ci raccontano il nuovo orrore e pericolo del giorno. E questi articoli, queste scintille di odio, generano un incendio di commenti sprezzanti, urla rabbiose, volontà raccapriccianti, escoriazioni purulente che vengono postate, condivise, discusse, ingigantite, grattate.

Di solito mi chiedo come mai questa facilità di condividere odio e paura non si affianchi a una verifica dei dati, a una ricerca del senso di quello che si sta per gettare nel mondo. Poi mi rispondo che fare un controllo attento delle fonti e domandarsi che impatto avrà quel commento d’odio sull’ambiente in cui si vive è forse volere troppo. Stiamo inquinando a morte l’intero pianeta fino a soffocarci nei nostri rifiuti, non possiamo aspettarci che ci si preoccupi dell’inquinamento d’odio che generiamo.

Però l’empatia è una caratteristica umana davvero basilare e animale. Come possiamo non provare empatia per quel manipolo di disperati che stanno affondando in barca? Come possiamo non sentirci partecipi della tragedia di una famiglia di poveracci a cui viene buttata giù la casa?

E infatti l’empatia esiste ancora.

L’ho trovata, c’è. Siamo ancora in grado di empatizzare.

Per chi spara. Per chi uccide.

Un negoziante spara al ladro di turno due colpi di pistola urlando alla legittima difesa e all’esasperazione di vivere in un ambiente insicuro e invivibile. Ecco, per lui si riscopre l’empatia.

Empatia che si manifesta con frasi come: “tu che avresti fatto?”; “doveva sparargli subito”; “l’avrei ammazzato come un cane pure io”; “se il sistema non funziona allora la pistola dovremmo usarla tutti”; “se ho una pistola e vedo un ladro io sparo”.

Questa è empatia, sì. Empatia della cattiveria.

Perché non è legittima difesa sparare a una persona che sta cercando di entrare di notte nel tuo negozio. Mi dispiace per i grilletti facili, ma non lo è. Sparare a una persona che tenta di rubare è omicidio.

Allora perché siamo diventati tutti empatici, partecipi, accalorati e vicini a un assassino quando non potevamo esserlo con quelle donne che manifestavano contro il femminicidio?

Perché per lui ci alziamo in difesa della libertà di sentirsi sicuri quando poco prima dicevamo che il reato di odio non c’entra niente con le ruspe ai Rom o ai pestaggi dei transessuali?

Dove cavolo si è inceppato il meccanismo?

È possibile che ormai l’unica empatia possibile sia per la cattiveria?

Non lo so e non so nemmeno cosa si può fare per invertire questa deriva d’odio che ha preso il nostro paese. Tutti amano alzare la voce, siamo in Italia è una tradizione più antica della pasta, però non sappiamo più scegliere le cause per le quali alzarla questa cavolo di voce.

Cercare la pacatezza e l’attenzione ai dettagli è forse troppo, ma di indirizzare la propria passione verso cause positive non è una richiesta tanto assurda. C’è una canzone di Daniele Silvestri che canta così: la gente che grida parole violente non vede, non sente, non pensa più a niente.

Spero non sia questo il motivo per cui si odia, per ottenere quest’effetto ottundente e riappacificante con il mondo. Perché se fosse così allora sarà davvero difficile tornare a empatizzare per i buoni.

V.

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